Enrico
Le due settimane trascorse nella missione di don Giovanni nel piccolo paese di OlMoran (nel bel mezzo della savana kenyota) mi hanno permesso di vedere, toccare e gustare una terra nuova, profondamente lontana e diversa da noi, ma in realtà molto vicina.
Sicuramente la vita per quelle persone è molto più difficile della nostra, ma la prima cosa che ci ha colpiti di loro è quel modo di affrontare i problemi quotidiani sempre sorridendo, cantando e ballando, pensando prima a ringraziare per quel poco che c'è e dopo a lamentarsi per ciò che manca. Abbiamo visitato persone malate che anziché lamentarsi della sofferenza gioivano per la nostra presenza.
In particolare non posso dimenticare due anziani malati, marito e moglie, che ci hanno accolto con canti e lacrime di commozione. Ad un certo punto, improvvisamente, ci siamo accorti che la donna era scomparsa, ma la nostra preoccupazione si è trasformata subito in grande ammirazione quando abbiamo scoperto che era andata nei campi a raccogliere alcune pannocchie da regalarci.
La lezione più grande che si impara in Africa è capire quali sono le vere priorità della vita, quali sono davvero le cose importanti per vivere e quelle invece superflue.
Non avevo mai pensato alla fortuna che abbiamo ad avere l'acqua pronta da bere semplicemente aprendo un rubinetto (mentre lì dovevamo bollirla e trattarla in speciali contenitori), o la luce, le scarpe, le strade, le medicine, il telefono, gli occhiali e tutto il resto…
Non nascondo la difficoltà che abbiamo avuto nell'entrare in case di fango e legno o in scuole senza pavimento, nel vedere bambini di pochi mesi distesi sulla nuda terra o altri camminare scalzi sul letame dei loro animali, ricoperti di mosche.
Ma è una gioia davvero grande sapere di aver fatto sorridere quei bambini, di averli fatti divertire con le nostre macchine fotografiche digitali, di essere stati per loro una scoperta, di averci giocato, di avergli regalato una caramella o un palloncino.
Certo ci si accorge subito che i problemi dell'Africa sono tanti e molto gravi: lo stato e le forze dell'ordine sono assenti o corrotti, la sanità è troppo cara e comunque non all'altezza delle numerose emergenze, le strade sono una collezione di sassi e buche, e anche il sistema scolastico presenta molte difficoltà. Il governo paga gli insegnanti, ma le scuole le devono costruire i genitori degli alunni o i missionari.
Quasi tutti i bambini vanno a scuola, ma dopo gli studi non hanno nessuna possibilità di lavoro, perché le uniche risorse sono i campi (granoturco, ortaggi, frutta) e l'allevamento (capre e mucche), o tentare la fortuna emigrando verso le grandi città o all'estero.
Certo nelle grandi città si vedono bei palazzi, auto di lusso, negozi alla moda, ma anche baracche di lamiera e giovani che si drogano sul marciapiede.
Un segnale forte di speranza arriva dai tanti europei che abbiamo incontrato che faticano e investono per l'Africa, a partire dai missionari, preti e suore, che mettono a disposizione tutte le loro forze e davvero danno la vita per questa terra e per questa gente, ma anche i numerosi laici.
All'aeroporto di Nairobi ho conosciuto un signore italiano, un falegname, che da quarant'anni lavora in Burundi costruendo case e scuole e rischiando la vita a causa della guerra. Ci ha raccontato di non aver mai voluto dipendere da nessuno, da nessuna Chiesa o Ente, ma di essere semplicemente un operaio al servizio della povera gente, perché secondo lui la soddisfazione più grande è andare a letto la sera sapendo di essere stato utile per i poveri…
Credo che sia davvero imperdonabile restare indifferenti riguardo a quello che succede in Africa, che certamente è una terra lontana, ma che è un pezzo del nostro stesso mondo, e quindi parte di noi…
Non possiamo far finta di niente di fronte a persone che per bere devono andare allo stesso fiume delle loro capre, che se hanno una malattia possono solo rassegnarsi perché l'ospedale è troppo lontano e comunque costa troppo, che sono vittime di violenze e soprusi da parte di poliziotti più corrotti e criminali di coloro che dovrebbero arrestare, che non possono progettare il proprio futuro perché non sanno se ci sarà.
E' nostro compito dare tutto quello che possiamo, dare noi stessi, per la creazione di un mondo più giusto, più equo, più bello!
Certo migliorare il mondo non è facile, ma sono convinto che l'esempio di chi già ogni giorno si impegna per farlo può servire ad incoraggiare tutti noi, spesso troppo egoisti o semplicemente pigri.
E' così che si traduce oggi, secondo me, l'invito “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”…
Enrico
