Missione Saint Mark di OlMoran

Diocesi di Nyahururu, Kenya

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Federico

Quando torni da un’esperienza in terra di missione ti senti strano; per qualche giorno provi un senso di vuoto dentro di te, qualcosa sembra mancare e ti chiedi: ”Che cosa?”. Qui abbiamo tutto, o crediamo di avere tutto; “ma quale tutto?”.

Certamente non ci mancano il pranzo e la cena, una casa accogliente, l’automobile, le strade, gli ospedali, i soldi per poter studiare e le molteplici cose di cui quotidianamente ci circondiamo. “Eppure manca qualcosa”. E’ la gioia che percepisci in quella gente quando il loro sguardo si incrocia con il tuo, è la loro fiducia nel domani. Sì, proprio la loro speranza su come sarà il futuro più vicino o più lontano; stando dalla nostra parte dell’emisfero verrebbe da chiedersi: “ma come si fa ad avere fiducia trovandosi in quelle condizioni?” Non è così immediato trovare una risposta ma solo sapendo apprezzare quello che abbiamo, anche se poco o quasi nulla, possiamo capire quale sia la chiave che apre la porta della speranza.

Tornati nelle nostre case, nel nostro paese, nelle nostre comunità dobbiamo aprire gli occhi e guardarci attorno; noi siamo circondati da cose bellissime ed è una fortuna purché le sappiamo utilizzare al meglio e soprattutto ne sappiamo apprezzare il valore. Ma non solo; anche nelle nostre città ci sono persone che vivono le più svariate situazioni di difficoltà e spetta a noi il compito di non voltarci e far finta di non vedere. E’ nella nostra realtà quotidiana, nel nostro paese che il Signore ci invia a testimoniare la nostra fede in Lui rendendoci utili e donando gratuitamente le nostre forze.

E’ stata questa voglia di rivedere quelle espressioni, quegli occhi pieni di gioia che mi hanno spinto a ripetere l’esperienza dello scorso anno.

Purtroppo ho capito subito, appena arrivato ad Ol Moran, che c’era qualcosa di diverso. Gli scontri tribali iniziati qualche mese fa hanno causato la morte di una trentina di persone, fra cui anche qualche ragazzo. Le tribù dei Samburu si sono allontanate dal territorio a causa dei continui furti di bestiame subiti dai Pokot e don Giovanni e le suore soffrono molto per questa cosa. Negli ultimi anni proprio fra i Samburu erano sorte le ultime cinque comunità cattoliche e ora tutto il lavoro fatto con fatica e sudore sembra svanire in un niente; ma sono sicuro che la speranza e la fiducia che contagiano quelle terre riusciranno prima o poi a superare anche le divisioni e gli asti tribali che sembrano essere ancora oggi radicati nel sangue dei popoli nomadi.

Durante la nostra permanenza in Kenya abbiamo visto e toccato con mano le diverse realtà del luogo: scuole, ospedali, comunità cristiane, comunità di base, famiglie dei bambini denutriti che le suore stanno seguendo, gruppo giovani di Ol Moran.

Ho avuto la possibilità di tenere due lezioni sul sistema solare nelle classi terminali della scuola primaria ed è stata un’esperienza unica: 100 ragazzi in un’aula dove aleggiava un silenzio per noi impensabile, ognuno alla ricerca di un angolino sul banco per poter prendere appunti; forse la novità di avere un bianco che ti insegna qualcosa li ha resi interessati, ma penso che in loro la voglia di conoscere e di poter studiare sia così grande che li spinge a fare sacrifici enormi. Per alcuni nostri bambini e ragazzi il poter andare a scuola è quasi un peso, mentre nel sud del mondo ci sarebbero ragazzi pronti a qualunque cosa pur di poter avere un’istruzione


Federico



Sergio

Quello che ho visto e provato: colori, odori, sguardi e situazioni incredibili, che ti restano impresse in modo indelebile nella mente. Abbiamo avuto modo di vedere case, famiglie, bambini e scuole, ospedali, ma anche giovani che come noi si incontrano e vivono insieme. O forse vivono più di noi, perché lì hanno il fuoco, ma non hanno gli strumenti per fare le spade (riferimento al racconto di fra Lucio).

Il denominatore che unisce tutto ciò che ho visto è la speranza.

La speranza di un giovane che ha finito la scuola con il massimo dei voti, ma non ha i soldi per andare all'università.

La speranza di un pastore di riuscire a tornare a casa senza essere attaccato dai ladri di bestiame.

La speranza di un agricoltore che nella notte le zebre e gli elefanti non devastino il campo.

La speranza di una madre che ha già seppellito tre figli e ne ha altri tre, la più piccola delle quali con aids e tubercolosi.

Posso dire solo di essere tornato anch'io con una speranza:

di non dimenticarmi di tutte le persone viste, per ricordarmi e ricordare che non dobbiamo fregarcene di tutta la gente che ha avuto "la sf...ortuna" di nascere in un continente piuttosto che in un altro.

Ho imparato a ringraziare il Signore prima di iniziare a mangiare e continuerò a farlo (Buon appetito)."

Sergio



Berto

Nairobi: sembra una città europea, o quasi! Lasciata la zona più densamente popolata ci si addentra per una strada sterrata, ad una velocità assai modesta, compensata da molti scuotimenti per solchi e avvallamenti.

Davanti a noi si presenta un nuovo paesaggio: la savana con mandrie e greggi al pascolo e qualche capanna. Finalmente siamo arrivati a Ol Moran, centro della parrocchia di San Marco. Dato il clima e l’altitudine (equatore e 1900 m s.l.m.) di giorno è sufficiente un semplice vestito e per la gente del posto un paio di scarpe naturali (i piedi nudi). Su 6-7 ettari don Giovanni Volpato ha costruito il dispensario (tipo un nostro distretto dell’ULSS), la sala adibita a chiesa, il centro pastorale, la canonica, la casa delle suore, l’officina, il parco macchine (camioncino, autovettura-ambulanza, trattore), il laboratorio tessile e maglieria, il deposito cereali, una pompa per l’acqua a funzionamento eolico; è in fase di costruzione la scuola materna. Quello che dovrebbe fare l’ente pubblico lo fa la parrocchia! Le suore sono arrivate da appena quattro anni e la loro presenza è importantissima; si occupano dei malati e accudiscono i bambini denutriti. Mi ha fatto riflettere molto il conoscere le difficoltà che incontrò don Giovanni e che ancora persistono: una parrocchia estesa come mezza provincia di Venezia (60 x 40 km) con 17.000 abitanti suddivisi in 5 tribù, dove le tradizioni prevalgono sulla legge; rubare è lecito (per abitudine o per necessità), la vendetta è d’obbligo e le lotte tribali sono difficoltà che ostacolano l’opera di evangelizzazione.

Qualcosa sulla scuola:L’istruzione obbligatoria dura 8 anni (scuola primaria) ed è frequentata con interessamento nonostante manchino i mezzi per i libri di testo personali e per i fabbricati (ad oggi capanne con tamponamento di “scorzoni” di legname). La frequenza da parte di quasi tutti i bambini delle diverse tribù è una speranza di miglioramento anche economico per l’avvenire.

Come vive la gente:Originariamente erano pastori, ora si stanno evolvendo verso l’agricoltura sebbene allo stato primordiale. Infatti don Giovanni, che conosce il mestiere, trova difficoltà a coltivare bene la sua cesura perché i dipendenti non recepiscono i suoi consigli; l’ostacolo sta nella tradizione (così si è sempre fatto e si deve continuare a fare).

L’evento:Durante la nostra permanenza c’è stato un incontro molto importante per il territorio di Ol Moran: è arrivato il Ministro dell’Interno per incontrare i capi tribù e la popolazione e cercare di porre fine alle continue ruberie di bestiame che ultimamente finivano spesso in combattimenti anche sanguinosi.

Alcuni pensieri:Mi sono sentito accolto da tutti, anche dalle persone diverse da noi; non ci sono mura fra le diverse religioni e il differente colore della pelle.

Hanno capito che il vero amore di Dio non è misurato sulle cose materiali che possediamo e per questo Lo ringraziano e Lo lodano sempre con vero amore.

Berto



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